Lingue oltre le frontiere
Le riflessioni di Leïla Slimani sulle lingue che ci abitano, sulle connessioni umane che possiamo creare e sulle barriere che dovremmo abbattere
A inizio maggio sono andata in libreria per ritirare un libro che era stato messo da parte per me: Assaut contre la frontière di Leïla Slimani, scrittrice e giornalista franco-marocchina.
Quando ho richiesto questo saggio ne sapevo molto poco: una breve meditazione su identità, lingua e scrittura da parte di un’autrice che si è interrogata a lungo sulla vita tra le lingue e le culture. Le parole chiave c’erano tutte: ho ritirato il volume e l’ho letto in un paio di tragitti sui mezzi pubblici, piena di ammirazione per la bravura di un’autrice che, in meno di cento pagine, riesce a dire tanto senza mai perdere il suo tono franco e diretto.
Se preferite continuare la lettura in francese, c’est par ici.

La lettura
Andiamo con ordine: iniziamo dal titolo. Nella mia testa ho subito tradotto Assaut à la frontière come ‘assalto alla frontiera’, poi però in giro per il web ho trovato ‘assalto al confine’ – non perché questo saggio abbia già una traduzione italiana, ma perché si tratta di una citazione dal Diario di Franz Kafka: “Toute littérature est assaut contre la frontière“, ossia ogni letteratura è assalto al confine.
Cercando di ricostruire il contesto intorno a questa frase che mi aveva incuriosita, mi sono imbattuta in un articolo del blog dello scrittore francese Denis Montebello, il quale ritiene che la frase in questione sia spesso usata a sproposito perché tradotta in modo opinabile e frequentemente decontestualizzata. Se il passaggio di Kafka riportato da Montebello nel suo articolo è corretto (e ammetto di non aver cercato una copia del Diario per controllare), la frase originale nella traduzione francese è “Toute cette littérature est assaut contre les frontières“: secondo Montebello, il significato di questa affermazione è da ricercare nella condizione personale di Kafka quando la compose, e la frase non ha il carattere universale che alcuni le associano. Dubbi interpretativi a parte, capisco che per Slimani sia stato difficile non farsi ispirare da questa immagine.
Dal punto di vista della struttura il saggio di Slimani si sviluppa, mi viene da dire, per cerchi concentrici e tangenti. I tanti aneddoti familiari e ricordi personali ispirano le riflessioni e le supportano, contribuendo a delineare un messaggio che diventa via via più chiaro e forte: le vite a cavallo di più culture e lingue vanno celebrate e tutelate, perché ci avvicinano l’uno all’altra e ci insegnano che le differenze non sono da temere, ma da capire e conoscere. Sono tante le spinte che, oggi, queste varietà le vorrebbero piallare, anzi, separare e murare vive – e allora bisogna assaltare le frontiere tirate su al solo scopo di isolare ed estraniare. Non è inscatolandoci come sardine che andremo avanti in quanto specie (e manco le sardine, a ben pensarci). (Giusto per chiarire: Slimani non parla di sardine.)
Crescere a Babele
Questo è il secondo saggio di Slimani che leggo, e di nuovo mi ha affascinata il modo in cui riesce a tenere insieme i suoi pensieri alternando esperienze personali a osservazioni scaturite da letture e da fatti di attualità.
In Assaut à la frontière parla spesso della nonna materna, una donna alsaziana che si trasferì in Marocco con il marito, conosciuto in Europa durante la seconda guerra mondiale, e che per il resto della sua vita oscillò con grazia fra tedesco, francese e arabo (o meglio, darija marocchino). Slimani racconta che, a differenza di molti altri stranieri, la nonna volle subito imparare il darija. Questo aneddoto mi ha divertita un sacco:
Dans la médina de Meknès, où [ma grand-mère] a habité pendant quelques années, elle s’installait sur le toit de la maison et lançait des grossièretés aux passants. Quand ils se sont mis à lui répondre et l’insulter en retour, elle a été heureuse.
In italiano (nella mia traduzione, abbiate pazienza): “Nella medina di Meknès, dove mia nonna ha vissuto per qualche anno, si piazzava sul tetto della casa e gridava parolacce ai passanti. Quando hanno preso a risponderle a tono e a insultarla a loro volta, ne è stata felice.“ Che donna, che donna questa nonna alsaziana.
Da questo e altri ricordi della sua famiglia e della sua infanzia, Slimani ci dice quanto fosse naturale per lei vivere in un mondo dove il multilinguismo era di casa e, anzi, era considerato un vero asso nella manica: “parlare una lingua straniera era un super-potere e ho perso il conto degli aneddoti in cui mia nonna raccontava di come la sua conoscenza dell’arabo o del tedesco le avesse permesso di cavarsela in situazioni pericolose“.
Inversione di marcia
Se per Slimani l’infanzia corrisponde a un’incarnazione felice della leggendaria Babele, la situazione cambia in modo radicale quando lascia il Marocco per iniziare gli studi universitari. In un’evoluzione opposta rispetto alla traiettoria della nonna materna, Slimani descrive il suo trasferimento in Francia come una sorta di torre di Babele invertita: invece di guadagnare una lingua ne perde una, perché l’allontanamento dal Marocco non è solo spaziale ma anche linguistico. L’arabo le sfugge dalle mani in maniera irreversibile, tanto che pensare alla lingua araba adesso le genera “un misto di tristezza e di vergogna, di collera e di frustrazione“ dovuto alla consapevolezza di non padroneggiare pienamente questa lingua.
Lingua e potere
Slimani non nasconde la condizione agiata dei suoi genitori: racconta di essere cresciuta in un ambiente francofilo (il padre aveva studiato alla scuola francese, cosa rara per un marocchino di quella generazione) dove si derideva qualunque tentativo di esaltazione del sentimento nazionale. I genitori mostravano un’affinità particolare per le figure di intellettuali apolidi, poliglotti e cosmopoliti. Al tempo stesso, sapevano riconoscere le opportunità a cui non bisognava girare le spalle: studiare, e studiare in francese, era una di quelle. Credo di capire il desiderio di aprire quante più porte possibili alla loro progenie, però mi chiedo anche: qualcuno ha valutato quanto fosse caro il prezzo che stava pagando la giovane Slimani, sempre meno ‘a casa’ quando rientrava in Marocco e sempre meno a suo agio con l’arabo, la lingua che poi ha definitivamente perso per strada?
Tornando alla faccenda del sentimento nazionale, Slimani coglie l’occasione per sottolineare che a chi mira a esaltare questo tipo di orgoglio nazionale piace anche fare leva sulle questioni linguistiche: una lingua per una patria, volendo iper-semplificare. La molteplicità – di lingue e non solo – annacqua le demarcazioni, allarga gli orizzonti e incoraggia sguardi plurali e aperti al dubbio. E la sfumatura, si sa, non garba a chi vuole giocare al piccolo dittatore. Slimani scrive:
La fiction, c’est à la fois une façon de prende la réalité au sérieux et d’en experimenter la non-nécessité. Rien n’est sacré au point de ne pouvoir être détourné, moqué, réenvisagé. D’ailleurs, l’équivalent arabe de la formule "‘Il était une fois‘ est ‘Kan ma Kan‘, qu’on pourrait traduire par ‘C’était ainsi, ce n’était pas ainsi‘. Au fond, la pire soumission ne consiste-t-elle pas dans l’impossibilité d’imaginer que les choses puissent être autrement que ce qu’elles sont?
Mi ha molto colpita che, in arabo, la classica formula “C’era una volta” si possa tradurre come “Era così, non era così“, a testimonianza di come le storie ci permettano di sovvertire la realtà e, quindi, spaventino chi non vuole che quella (unica) realtà venga messa in discussione. Mi è sembrato un pensiero estremamente lucido nella sua apparente semplicità.
Se a mettere paura sono le pluralità e gli scarti di direzione, può risultare tranquillizzante anche l’idea di una lingua pura, entità eterea e irreale. “La lingua pura non esiste, è un fantasma politico, una finzione. Il francese (…) è già Babele“, scrive Slimani. Questo è stato uno dei tanti passaggi che ho letto annuendo come una cretina sull’autobus, e vale per tantissime lingue oltre al francese.
Farsi ponte
Grace à la littérature, j’ai fais la paix avec ma propre étrangeté. J’ai compris que cet entre-deux dans lequel je vivais n’était pas un territoire stérile ou moins noble (…). Cette intranquillité pouvait être un extraordinaire carburant. Je pouvais jouer avec elle, sans complexes, sans excuses, sans tomber dans le piège de ceux qui (…) font l’amalgame entre langue et identité. (…) Je pouvais être une passeuse, un pont entre deux rives (…).
Slimani ritiene che la letteratura le abbia permesso di accettare più serenamente la sua storia personale, facendole vedere il suo ‘territorio di mezzo‘ come un terreno fertile e la sua irrequietezza come un carburante impareggiabile. “Ho capito che (…) potevo essere un ponte tra due rive“, dice.
Ripensando al suo incontro con il portoghese, avvenuto dopo il trasferimento a Lisbona, Slimani osserva che imparare una lingua è anche un modo per “accettare di non regnare sul mondo e offrirsi la possibilità di sbagliare, di dire una cosa stupida o buffa“. Credo che abbia colto nel segno: per imparare una lingua ci vogliono dosi generose di umiltà e umorismo. Il che, in società spesso vagamente ossessionate dalla performance e dal return on investment, suona piuttosto rivoluzionario.

La chiave di volta
Per Slimani, bisogna “difendere l’idea di una Babele felice” per affrontare due importanti sfide contemporanee: una riguarda le intelligenze artificiali (IA), l’altra la politica. Le IA fanno già parte delle vite di molti; personalmente, ritengo che una questione fondamentale sia decidere come porsi di fronte a questi strumenti e come usarli in maniera consapevole. Slimani vede un potenziale pericolo in quelle conversazioni intorno alle IA che finiscono per incitare a una passività diffusa: non ci servono più i traduttori umani perché d’ora in poi possono fare tutto le IA, non è più così importante studiare le lingue perché presto avremo tutti una IA-interprete multilingue a portata di auricolari, e così via. Il problema di queste posizioni è che presentano la coesistenza di più lingue e culture come una complicazione da risolvere. È una buona idea ridurre tutto a una questione di utilità ed efficienza? Non so voi, ma io rispondo con un no secco.
Mi sono sentita molto in sintonia con Leïla Slimani, nonostante i nostri vissuti siano decisamente diversi (e il punto è proprio questo, no?). Tuttavia, il titolo e l’immagine che gli corrisponde mi lasciano tuttora perplessa. C’è qualcosa, nell’idea di questo assalto alle frontiere, che mi fa sentire un po’ a disagio. Siamo sicuri che li vogliamo proprio assaltare, questi confini? Costruire ponti, mettere in piedi vie di comunicazione e scambio – queste sono immagini che mi piacciono di più, forse perché esortano a creare e curare anziché a buttare giù.
Spero che Assaut contre la frontière venga tradotto in altre lingue, italiano incluso. Nel frattempo, se lo leggete in francese ditemi che effetto vi fa.
Segnalazioni affini
In questa intervista Slimani parla di Assaut contre la frontière.
Questa è la pagina del blog dove ho trovato il contesto da cui è stata estratta la citazione di Kafka che ha ispirato il titolo del saggio di Slimani.
Leïla Slimani ha scritto vari romanzi, di cui uno ha vinto il Prix Goncourt (l’equivalente dello Strega nostrano). Non conosco la sua narrativa, ma consiglio a occhi chiusi Le parfum des fleurs la nuit, il racconto di una notte solitaria in compagnia delle opere d’arte della Fondazione Pinault a Punta della Dogana, Venezia. Per fortuna di questo saggio esiste la traduzione italiana di Anna D’Elia per La Nave di Teseo.



Contribuire a una Babele felice? Avec grand plaisir ! Come potrai immaginare, con me sfondi una porta aperta ;-) Grazie Gaia, mi andrò a leggere un po' di Leïla Slimani (che non conoscevo). E la traduzione italiana... perché non tu?
Molto interessante. Grazie!